AIDS, DONNE QUARANTENNI A RISCHIO CONTAGIO

dott.alfredo vallone,prof. sandro vento,aids,notizie sull'aids,informazioni sull'aids,come si contrae l'aids,come si cura l'aidsIl virus non è stato ancora debellato. Campagne di informazione superficiali. Statistiche inattendibili. Ne parlano gli esperti Alfredo Vallone e Sandro Vento. «Curatevi in tempo». I soggetti più a rischio non sono i giovani. E’ una malattia che si può sconfiggere, ma non esiste il vaccino risolutore. Fanno sesso libero con partner occasionali. Ignari portano il virus all’interno del nucleo familiare o nel rapporto di coppia. Quasi per caso scoprono di avere l’Hiv, responsabile della Sindrome da immunodeficienza acquisita (Aids). La maggior parte, pur sapendo di aver avuto un rapporto a rischio, si rivolge al medico quando inizia ad avvertire i primi sintomi della malattia. E proprio la mancanza di una consapevolezza vera, che diffonde l’epidemia. E le campagne di informazione si limitano genericamente a raccomandare l’uso del preservativo nei rapporti sessuali, senza specificare con chiarezza quali sono i comportamenti a rischio. Si pubblicano dati non suffragati da statistiche attendibili, perché in Italia non esiste alcun registro attraverso cui elaborare percentuali sui soggetti affetti da Hiv.

Ne abbiamo parlato con Alfredo Vallone, dirigente medico dell’ Unità operativa complessa di Malattie Infettive dell’ Annunziata di Cosenza, e con Sandro Vento, primario della stessa unità operativa, considerato tra i maggiori esperti di Aids in Calabria, ospiti della redazione centrale de Il Domani.

 Dalla discussione sono emersi aspetti interessanti: i soggetti più a rischio non sono più i giovani, ma i quarantenni-sessantenni; è la donna a contrarre maggiormente il virus rispetto all’ uomo, è una malattia che si può curare, e malgrado spesso si gridi alla scoperta del secolo non ci sono vaccini in grado di sconfiggerla e troppo spesso chi si rivolge al medico è ormai in fase terminale.

 Dottore Vento, quanta attendibilità hanno i test dell’Hiv?

«Sono molto attendibili. Sono anonimi, volontari e gratuiti, introdotti da molti anni in Italia e in Europa. Chi ritiene di essere a rischio contagio può presentarsi in qualsiasi reparto di Malattie infettive, fare il test dell’ Hiv e dopo due giorni gli viene consegnato, in busta chiusa, l’esito dell’esame. Però nonostante sia un test offerto in Italia da venti anni, non si è mai proceduto a una verifica di quanti sono risultati positivi o negativi. Abbiamo condotto uno studio nei due centri di Malattie infettive di Cosenza e di Verona, il cui esito è stato pubblicato sull’autorevole rivista di malattie infettive statunitense “Clinical Infectious Diseases” del 15 febbraio e abbiamo constatato che a Cosenza su un totale di 383 persone che hanno effettuato il test, nel periodo che va dal 2002 al 2007, solo una è risultata positiva. A Verona, invece, su 2.223 solo 40 persone sono risultate positive. Nello stesso periodo di tempo si sono presentate nel reparto di Malattie infettive di Cosenza 13 persone con Aids, che non avevano mai fatto il test e a Verona ben 59 che avevano l’ Aids e non sapevano di aver contratto l’infezione. Risultati dai quali si evince che il test è stato fatto da persone, che mediamente non hanno rischiato nulla e che non avevano idea dei reali rischi dell’ infezione e al contrario chi avrebbe dovuto farlo e non l’ ha fatto, si trova ad avere i sintomi dell’Aids».

Perché?

«A mio avviso per varie ragioni. Innanzitutto moltissime persone non hanno ben chiare le modalità di trasmissione del virus. Chi le conosce teme l’esito positivo del test e non possiede informazioni corrette sul fatto che ci si possa curare e anche bene, se si riesce a sapere in tempo di aver contratto l’ infezione. Poi c’è la paura del giudizio della gente, e in effetti le discriminazioni sul posto di lavoro e in famiglia sono notevoli. Per queste ragioni poi alla fine la persona non fa il test».

 Come si trasmette il virus dell’Hiv?

«Il contagio per trasfusione di sangue oggi è pressoché impossibile e la trasmissione, per via endovenosa, tra tossicodipendenti con scambi di siringa da anni è crollata. Si possono verificare ancora dei casi, ma sono davvero rari.

Da 15 anni in qualche maniera i tossicodipendenti per via endovenosa, hanno continuato a prendere l’epatite C,ma non hanno più contratto l’Hiv. Un fatto spiegabile solo ritenendo che chi non aveva il virus, sapeva comunque del contagio dell’altro (non è chiaro come) e ha smesso di scambiare siringhe con chi aveva l’infezione, diversamente non si potrebbe capire come mai queste persone abbiano continuato a prendere l’epatite C e non Hiv. La via per la quale adesso si contrae il virus è attraverso i rapporti sessuali. Ma vanno fatte delle distinzioni, va sempre considerato qual è il tipo di rapporto con cui si prende più facilmente l’ infezione, e su questo le campagne informative sono sempre state imprecise».

Approfondiamo questo aspetto. Qual è il rapporto sessuale maggiormente a rischio Hiv?

«Il rapporto anale, innanzitutto per chi ha un rapporto anale passivo, uomo o donna che sia, e in secondo luogo per chi ha un rapporto anale attivo. I rapporti vaginali sono meno a rischio. La possibilità di acquisire l’infezione da un rapporto vaginale non è elevatissima per una donna che ha un rapporto con un uomo con l’Hiv ed è ancor meno alta per un uomo se ha un rapporto con una donna che ha l’infezione. E’ meno facile che un uomo prenda l’infezione da una donna con un rapporto vaginale, perché la quantità di virus che è nello sperma è superiore alla quantità nelle secrezioni vaginali».

La differenza tra le due tipologie di rapporti?

«La mucosa dell’ano e del retto non ha le caratteristiche di resistenza della mucosa vaginale, “ ideata” per avere rapporti sessuali e quindi con caratteristiche di più difficile penetrabilità di virus e di agenti

patogeni, tipicità che la mucosa anale e rettale non ha. Questo spiega perché nel rapporto anale passivo si trasmetta molto più facilmente l’ infezione da Hiv, ma anche l’epatite B. Il rapporto anale di fatto è più traumatico rispetto a quello vaginale, anche per chi ha un ruolo attivo in questo rapporto. Si possono creare micro lesioni a livello del pene e contemporaneamente micro e macro lesioni a livello della mucosa anale e rettale e di fatto alla fine c’è anche un passaggio, sia pur minimo, di sangue. Nel rapporto passivo c’è la possibilità che anche lo sperma di fatto superi più facilmente la mucosa e finisca nel circolo sanguigno. Poi possono entrare in gioco altre infezioni sessualmente trasmissibili. Se i partner sessuali hanno lesioni ai genitali dovute ad altre infezioni come l’herpes o il papilloma, allora di fatto in un rapporto sessuale viene a trasmettersi anche sangue e si viene a creare molta facilità di contagio finanche in un rapporto vaginale.»

 I rapporti orali sono a rischio Hiv?

«Si sfiora lo zero, nel senso che occorre che ci siano notevoli lesioni in bocca.»

Perché nessuna campagna di informazione ha chiarito mai queste differenze?

«Si dice solo “usate il preservativo” e si sa che all’atto pratico lo usano in pochi. Molti anni fa, venivano in ambulatorio persone convinte che il rapporto anale fosse molto più sicuro di quello vaginale. Nessuna campagna ha voluto mai chiarire e fare alcuna differenza tra rapporti sessuali, ritengo per ragioni morali e moralistiche. E’ importante divulgare l’uso del preservativo, così come fanno le campagne di informazione, ma non basta. Bisogna dire chiaramente con quale tipo di rapporto si rischia di meno, visto che di fatto il preservativo lo usano in pochi. Così come si parla poco e non esattamente della prostituzione. In Italia sono stati condotti svariati studi sulle prostitute e sui prostituti travestiti o transessuali. Il risultato venuto fuori è che le prostitute mediamente non hanno l’Hiv, a meno che non siano o siano state tossicodipendenti per via endovenosa (e in questo caso il virus l’hanno contratto per lo scambio di siringhe più che per i rapporti sessuali) oppure che provengano da Paesi ad elevata incidenza di Hiv, mi riferisco alle prostitute africane o dell’Est europeo. Nei prostituti transessuali o travestiti (generalmente sudamericani), invece, la percentuale di positività raggiunge il 40%: la quantità di uomini ritenuti eterosessuali che sono sposati o fidanzati ed hanno rapporti sessuali con prostituti travestiti è enorme e spesso, tral’altro, richiedono rapporti passivi».

 L’Hiv/Aids si trasmette solo attraverso il sangue?

«No, anche con lo sperma».

Perché non si trasmette tramite saliva?

«La mucosa orale è resistente, e nella saliva ci sono una serie di sostanze direttamente anti virali».

Non è strano, di solito il virus per antonomasia non si trasmette anche tramite saliva?

«Beh no, diciamo per esempio che l’;epatite B e C non si trasmettono con la saliva e in pratica nemmeno L’Hiv».

Le statistiche parlano di 40 milioni di persone colpite dal virus nel mondo e l’Hiv ne contagia 4 milioni ogni anno…

«Dati poco attendibili in tutto il mondo. Una delle cose più strane, successe in occasione della giornata mondiale dell’Aids, lo scorso primo dicembre, è che in base alle statistiche stilate da una serie di Enti internazionali ci sarebbero state 7 milioni di infezioni in meno nel mondo. Sarebbero scese in un anno da 40 milioni a 33 milioni. In realtà sono stime sostanzialmente inattendibili. Una delle problematiche su cui si discute negli Stati Uniti è di introdurre l’obbligo del test a chiunque si presenti in ospedale, a meno che non dichiari apertamente di non volerlo fare.

E’ un modo per stabilire quanti hanno l’infezione. Ma in Europa dove si fanno sofismi continui si è già detto che questo elenco non si può fare».

Senza dati diventa difficile operare una pianificazione e quindi viene meno anche la possibilità di fare una seria prevenzione… «In Italia nessuno sa quante persone hanno l’Hiv. Non esiste un registro nazionale, tranne quello dei malati di Aids. Nel nostro Paese le malattie infettive devono essere sottoposte a denuncia obbligatoria, anche se spesso la denuncia non viene fatta (ecco perché le statistiche non sono mai molto attendibili). Il medico a conoscenza di un caso di malattia infettiva, dovrebbe compilare un modulo, mandarlo all’Asl, questa lo manda alla Regione e poi al Ministero e si dovrebbe sapere quanti casi ad esempio di morbillo ci sono stati in un anno e così via per le meningiti, rosolia, varicella, eccetera. Per quanto riguarda l’Hiv, è stata vietata la denuncia dell’ infezione e si è stabilito che la comunicazione ad Enti superiori dovesse essere fatta solo nel caso di Aids conclamata. Nel nostro Paese, all’Istituto Superiore di Sanità, da oltre un ventennio esiste un registro Aids, da cui in maniera sufficientemente attendibile si evince che finora ci sono stati 60 mila casi di Aids e di questi 40 mila persone sono morte e 20 mila al momento vive. Ma nessuno può sapere quante persone che hanno fatto il test sono risultate positive. Quando si dice che in Italia ci sono 130 mila sieropositivi, bisogna sapere che non c’è un dato chiaro in base a cui sostenere queste cifre, perché non è prevista nemmeno la denuncia».

Secondo lei perché?

«Si è detto che questa è una malattia così speciale, così diversa dalle altre, che così dicendo la si è reso sempre più diversa al punto tale che si è preferito non dire niente di nessuno, nemmeno in forma criptata».

L’unico strumento di prevenzione contro l’Hiv è il preservativo?

«Si, usato correttamente in tutti i rapporti sessuali, e da utilizzare con uno spessore più consistente nel caso di rapporto anale. Ma secondo me viene usato non più che in un rapporto su dieci».

Perché questa resistenza nell’usare il preservativo?

«Perché l’idea è che si fa l’amore peggio. Ci sono persone che vanno con prostitute e prostituti e sono

disposte a pagare di più per non usare il preservativo».

Qual è il messaggio corretto che le campagne di informazione dovrebbero lanciare?

«Smetterla di dire “astenetevi dai rapporti sessuali” intendendo con questa definizione il solo rapporto vaginale. Va spiegata la percentuale di rischio nei diversi rapporti sessuali, e dire che bisogna usare il preservativo non solo con gli sconosciuti. Tutti possono avere rapporti al di là del matrimonio o del fidanzamento e non si può essere tranquilli nemmeno con il partner abituale. Molte donne hanno contratto l’infezione anche dai partner abituali. Il preservativo va usato sempre. Va detto cosa si può fare contro l’infezione, spiegando che non è mortale come una volta e quindi l’atteggiamento di tutti dovrebbe essere diverso. E’ chiaro che fino a quando già nelle scuole medie si inizia a prendere in giro i ragazzi, a chiamarli omosessuali per deriderli, l’Hiv si diffonde facilmente. Bisogna che si faccia tutto il possibile affinché se una persona è omosessuale, maschio o donna che sia, venga rispettata. Ognuno deve poter esprime le proprie preferenze sessuali liberamente. La paura del contagio è forte, ma è assurdo avere timori ingiustificati: la gente deve convincersi che stringere la mano o relazionarsi con un malato di Aids non determina la trasmissione del virus. Sono problemi che andrebbero seriamente affrontati. Bisognerebbe avere il coraggio di dire le cose come sono: i rapporti anali non protetti sono più a rischio, per cui chi ha rapporti omosessuali maschili o rapporti anali prende e trasmette più facilmente l’Hiv. L’;infezione, in effetti, è in aumento anche tra gli omosessuali, mentre, ad esempio, tra le lesbiche c’è un solo caso segnalato al mondo di contagio da Hiv».

Quanto è mortale questo virus?

«Se una persona riesce a sapere sufficientemente in tempo di aver contratto l’infezione e prende provvedimenti in termini di farmaci e stile di vita ha una buona probabilità di evitare l’ Aids».

A che punto è la ricerca?

«L’unica ricerca che non ha dato sostanziali risultati è quella del vaccino. E qui c’è una stranezza da sottolineare. L’idea di vaccino generalmente è legata alla prevenzione di qualcosa. Esempio: faccio il vaccino contro il morbillo e non lo prendo. Non vado a fare il vaccino per ottenere una guarigione dal morbillo. Nel caso di infezione da Hiv, invece, fin dall’inizio di questa storia del vaccino si è data l’impressione e si è detto anche a chiare lettere, che il vaccino fosse curiosamente terapeutico. Quindi che non solo e non tanto prevenisse l’infezione in chi non l’aveva ancora presa, ma che addirittura curasse l’infezione in chi ce l’aveva. Ecco perché il vaccino è stato atteso come una manna dai sieropositivi, oltre che da chi non aveva l’infezione e intendeva farlo per immunizzarsi. Una strana teoria, che non trova riscontro in nessuna malattia infettiva ad eccezione della rabbia. In realtà vaccini se ne sono provati tantissimi, al momento non ne esiste uno che funzioni e non se ne vedono di efficaci all’orizzonte, anche se chi li produce dichiara che quel vaccino avrà effetti notevoli. Per come è fatto il virus è un’impresa disperata tentare di produrre un vaccino. E’un virus talmente variabile, muta con una tale facilità e crea un tale caos nel sistema immunitario della persona che ha l’infezione, che mancano proprio le basi per capire cosa cercare di bloccare».

Anche secondo lei è impossibile creare un vaccino che funzioni?

«Di recente uno dei più grossi studiosi della materia, statunitense, ha detto che per lui il vaccino non ci sarà mai e secondo me nemmeno.»

Quanto business c’è dietro l’Aids?

«Parecchio. C’è da dire che le industrie farmaceutiche, produttori di una grande quantità di farmaci obiettivamente hanno raggiunto notevoli risultati. Attualmente ci sono una trentina di farmaci che si possono usare contro l’infezione e che in parecchi pazienti hanno cambiato quello che sarebbe stato il decorso della malattia. Da un lato si attacca sempre l’industria farmaceutica per gli elevati costi, ed effettivamente i prezzi sono enormi, però bisogna anche dire che se non ci fossero stati i farmaci, saremmo rimasti a 20 anni fa, quando di Aids si moriva sempre».

Ci conferma l’esistenza di un’immunità naturale insita in alcuni soggetti?

«Il virus ha bisogno di una serie di recettori per riuscire ad entrare nelle cellule del sistema immunitario. Alcuni soggetti, privi di questi recettori, non sono infettati dal virus. Inoltre, esiste una percentuale di soggetti dall’1 al 3% sul totale delle persone che prendono l’infezione, in cui l’Aids con ogni probabilità non si verificherà mai.».

E’possibile studiare un vaccino lavorando sulla reattività dell’organismo di queste persone “più Forti” al virus?

«Sono casi studiati da 20 anni, ma gli studi non hanno portato a risultati concreti. A Cosenza seguiamo una persona che ha preso l’infezione almeno 13 anni fa, però il virus si moltiplica poco o niente, ed il suo sistema immunitario non ne soffre quasi affatto.»

Si conosce tutto di questo virus?

«Si conosce parecchio, ma le reazioni del sistema immunitario sono come sempre più difficili da conoscere del virus stesso. L&’immunologia nonostante i progressi e la quantità di laboratori che se ne occupano è una scienza difficile. Quasi tutti i laboratori di immunologia si occupano del topo, non dell’uomo».

E’ stato isolato il virus dell’Hiv?

«E’ sicuramente un virus strano e particolare, ma esiste ed è questo virus a provocare l’Aids, lo dimostra. L’evidenza di venticinque anni. Se per isolato si intende che uno ha un agente trasmissibile e lo passa da una cellula all’altra, da un individuo all’altro la risposta è si. Se per isolato si intende aver visto al microscopio elettronico con estrema precisione come è fatto il virus, la risposta è no.».

Quali difficoltà incontrano i malati di Aids?

«Ne incontrano tantissime. Il problema è che chi contrae il virus si sente diverso dagli altri. Ha paura che la gente lo venga a sapere, ed ha il timore che nessuno voglia più avere rapporti sessuali con lui o con lei».

Un giudizio della gente che rischia di ghettizzare il malato di Aids…

«Mediamente si. La gente incomincia a chiedersi come è avvenuta la trasmissione, se è un omosessuale, se è stato con prostitute e iniziano i giudizi morali negativi».

Dottore Vallone, a Cosenza quanti sono i ricoverati in day hospital per infezione da Hiv?

«Ne seguiamo 150. Continuano ad esserci persone che l’hanno contratta con lo scambio di siringhe, ma le nuove infezioni avvengono per contagio per via sessuale».

Come stanno?

«Quelli che seguiamo da molto tempo, abbastanza bene rispetto a 15 anni fa, i nuovi farmaci consentono una cura efficace. Il problema è per chi scopre tardivamente di averla, perché non ha fatto il test, allora diventa difficile bloccare la progressione della malattia, ma quando si riesce per tempo cè la possibilità di stabilizzare la progressione».

I suoi pazienti dottor Vallone a volte pensano che sarebbe bastato così poco, un semplice preservativo per non contrarre il virus? Vorrebbero poter ritornare indietro e cambiare la storia?

«Sì lo pensano. Avrebbero voluto».

Dottore Vallone cosa prova un medico nel dover dire al proprio pazienze lei ha l’Hiv?

«Fino a 10 anni fa era difficile dirlo, perché la possibilità di poter rallentare la progressione era minima, oggi la differenza è notevole. Abbiamo la possibilità di aggiungere oltre a “;Lei ha l’Hiv”, anche “si può curare e Bene, garantendo condizioni di vita migliori».

Non sentono su di loro una sentenza di morte?

«La paura della morte è relativa. Hanno paura di stare male, degli effetti collaterali delle medicine, del fastidio di dover fare terapia per tutta la vita, hanno la grande paura che qualcuno possa scoprire la condizione di sieropositività e di essere discriminati, e di fronte a questo non abbiamo strumenti migliori rispetto al passato».

Quali sono i disturbi collaterali della terapia?

«Alcuni sono solo transitori e sorgono all’inizio della terapia: disturbi gastro intestinali, dolori addominali. Altri subentrano in un secondo momento e possono dare alterazioni della morfologia corporea, una riduzione dei grassi,disturbi del sonno e di natura neurologica. Ma i farmaci di oggi sono molto meno tossici e sono tanti, circa una trentina, con la possibilità di sostituzione se un farmaco non è ben tollerato».

Ci sono persone anche con Aids conclamata?

«Sì, ma anche in questi casi con le attuali terapie è possibile rallentare la malattia ed evitare il peggio se seguono con regolarità le terapie, sempre che non siano giunti troppo tardi. Abbiamo la fortuna di poter curare adeguatamente queste persone attraverso l’utilizzazione di sistemi diagnostici moderni, gli stessi che si utilizzano nei principali centri clinici italiani e in Europa e abbiamo la possibilità di accesso a tutti i farmaci esistenti in commercio. Partecipiamo, inoltre, a sperimentazioni internazionali su nuovi farmaci e per quanto riguarda questa malattia non è necessario programmare viaggi all’estero o fare viaggi della speranza».

E bambini?

Rispondono i dottori Vento e Vallone: «Noi ne seguiamo a Cosenza 4 affetti da Hiv. Un’anomalia riscontrata è quella di infezioni trasmesse dalla donna al bambino durante la gravidanza, il che oggi non dovrebbe assolutamente accadere. Le donne in gravidanza dovrebbero sottoporsi al test Hiv. La conoscenza di sieropositività della donna dà la possibilità di prevenire con farmaci la trasmissione del virus al bambino durante il parto o subito dopo la nascita attraverso l’allattamento. Avere oggi un’infezione pediatrica è grave, significa che non è stato eseguito il test. E’ da raccomandare a tutti i medici e i ginecologi che seguono le donne in gravidanza di eseguire il test e di farlo ripetere più volte nel corso della gravidanza, anche nell’imminenza del parto, in modo tale da far prendere alla donna sieropositiva farmaci in gravidanza e ridurre di molto la quantità del virus. Poi i farmaci verranno dati anche al bambino appena nato in maniera da ridurre quasi a zero il rischio di trasmissione».

Dottore Vento è un caso solo cosentino o frequente un po’ ovunque?

«In Italia negli ultimi dieci anni possiamo dire che il fenomeno è scomparso, tutte le donne in gravidanza fanno il test. Un fatto strano, quello che si verifica a Cosenza, perché i ginecologi dovrebbero includere il test Hiv tra quelli di screening in gravidanza.

Per quanto riguarda gli extracomunitari qual è la situazione?

«A Cosenza, seguiamo un certo numero di extracomunitari, dell’Est europeo e dell’Africa al di sotto del Sahara, ma molti di più sono quelli che verosimilmente sono infetti e non lo sanno perché non hanno sintomi e non hanno mai fatto il test. E’ bene che chi proviene da quei Paesi si sottoponga al test: è anonimo, gratuito anche per loro e, qualora avessero l’infezione, verrebbero curati come tutti gli altri, con medicine gratuite».

Qual è l’età media di chi contrae il virus?

«Adesso hanno più di trenta anni e molti che arrivano ex novo con l’infezione ne hanno 40, 50, 60. Un signore a Cosenza ha 70 anni e solo da due anni ha scoperto di avere il virus».

Adulti incoscienti?

«Adulti che non hanno idea che ci sia ancora l’Hiv in giro».

Un’ultima domanda dottore Vento, se dovesse lanciare un messaggio ai malati di Hiv/Aids cosa direbbe?

«Organizzatevi in associazioni e fate sentire la vostra voce. I pazienti hanno le loro ragioni per occultare il loro status e posso capirlo, ma se continueranno a nasconderlo non avranno mai i diritti degli altri malati cronici. Per questo devono avere il coraggio di esporsi. Hanno diritto di essere trattati come gli altri e la loro malattia deve essere considerata da tutti come quella di tutti gli altri malati cronici, senza giudizi morali né discriminazioni.»

 Gabriella Passariello

La presente intervista è stata pubblicata per la prima volta nel quotidiano “Il Domani” il 28 Febbraio 2008

 

Il Prof. Vento attualmente è Professore presso l’Università del Botswanaro e Head, Department of Internal Medicine, School of Medicine, Faculty of Health Sciences – University of Botswana

Il Dr. Alfredo Vallone è Dirigente Medico presso l’UO Malattie Infettive e del Fegato – Ospedale Jazzolino Vibo Valentia

AIDS ieri, AIDS oggi: di Alfredo Vallone

Alfredo Vallone.jpgConoscerò, finalmente, Cristoforo Legname!

Di Cristoforo Legname mi raccontava, ormai da anni, Guglielmo Lento, mio zio, e, ogni volta, il suo sguardo e le sue espressioni lasciavano intuire che dietro il racconto in se stesso, ci fosse molto di più.

Ne ebbi conferma dopo appena pochi giorni dall’inizio della mia esperienza lavorativa, come medico, al Reparto di Malattie Infettive di Gela, di cui Guglielmo Lento, in quel periodo, era il 1996, era il Primario, in aspettativa perché deputato al Parlamento Nazionale. Dopo pochi giorni, nello stesso reparto entrava, come ricoverato, il famoso Cristoforo.

Stranamente, medici, infermieri e personale ausiliario non nascondevano il timore che fatti, perlomeno molto stravaganti, sarebbero accaduti da lì a poco, come conseguenza inevitabile di siffatto provvedimento medico. “Lei è il nipote di Guglielmo?” mi chiese Legname.

“Non tenti di darmi medicine perché le darò al cane che è malato anche lui e male non gli faranno di sicuro”.

“Piacere, sono Cristoforo Legname, amico di suo zio, perfino lui, che è una testa dura, ha perso ogni speranza su di me”.

Nonostante ciò e malgrado “l’offesa alla scienza medica”, la simpatia per Cristoforo, com’è facile immaginare, sbocciò velocemente. In un paio di giorni, la sua camera di degenza si riempì di tele, pennelli, solventi, colori e strani oggetti di ogni genere. Nessuna parete è rimasta vergine.

Schizzi, dipinti, frasi sconcertanti sull’esistenza umana e sul presunto destino dell’autore stesso, popolavano ogni centimetro della camera.

Nessun disturbo, tuttavia, veniva procurato agli altri pazienti ricoverati e nessun intralcio all’assistenza medica derivava da una così pittoresca presenza in reparto.

Abituati a simili “attività”, né il personale del reparto di Malattie Infettive né, tantomeno, il Maestro Legname si scomponevano più di tanto. Tutti sapevano che da lì a qualche giorno Cristoforo sarebbe andato via, si sarebbe “dimesso”, la camera sarebbe stata sgomberata e le pareti tinteggiate, purtroppo.

Dai tempi in cui Guglielmo Lento era il Primario delle Malattie Infettive di Gela le cose andavano in questo modo (bisogna precisare, a scanso di equivoci, che l’attività medica, organizzativa ed assistenziale del reparto era impeccabile) e così continuarono anche con il nuovo Primario, Salvino Tandurella, che non avrebbe tradito l’amico fraterno Guglielmo né il Maestro Cristoforo Legname, pittore, morto qualche anno dopo, perché veramente malato, non so di quale malattia.

Non ho assistito all’elogio funebre per Cristoforo, pronunciato da Guglielmo, ma sento che i presenti, popolo variopinto di artisti di ogni genere, pazienti, medici, politici, poeti ed emarginati per varie cause, siano tornati alle loro case con qualche conoscenza in più sull’essere umano.

Io, invece, nei mesi in cui prestai il mio sevizio come medico a Gela, compresi qualcosa in più sull’essere medico. Alla mia perplessità sull’utilità del ricovero in un reparto specializzato, per un paziente che rifiutava ogni cura, Guglielmo rispondeva con il concetto di compassione per il malato, avendo cura di precisare che compatire, dal latino “cum patire”, deve realmente significare patire con, patire insieme, partecipare, condividere, essere con.

In maniera rapida ed essenziale (perché in argomenti di questa portata, anche se importanti, anzi, proprio perché importanti, tagliava corto) arrivava poi il rimando al significato di paziente, dal greco pathos, che significa soffrire, avere un peso, avere una pena. Compatire significa “essere con”, “condividere”. Concetti ben diversi da paziente nel senso di “colui che deve avere pazienza” con i medici e con il mondo della sanità.

Ne ebbi la piena consapevolezza alcuni anni dopo, nel reparto di Malattie Infettive di Cosenza, dove avevo l’incarico di responsabile del settore AIDS, negli anni in cui l’aids era ormai diventata una malattia curabile. Per evitare confusione bisogna precisare che la malattia non è attualmente guaribile, nel senso che il virus che ne è responsabile non può, con gli attuali strumenti della medicina, essere eliminato dall’organismo, ma può essere curata.

In sintesi si può dire che chi scopre oggi, precocemente, di essere affetto da infezione da HIV (il virus dell’aids) e si sottopone a controlli e a cure adeguate, ha ottime possibilità di vivere per diversi decenni, abbastanza bene. E’ evidente, in considerazione di ciò, che è importante la diagnosi precoce che si può fare con un semplicissimo esame del sangue, in un qualsiasi laboratorio attrezzato. Purtroppo, oggi più che negli anni scorsi, il livello di guardia nei confronti dell’aids si è abbassato inspiegabilmente e ingiustificatamente.

Le persone che si sono esposte al rischio di contrarre il virus (che si trasmette solo con i rapporti sessuali e con lo scambio di siringhe) raramente eseguono il test HIV e, per onestà, bisogna riconoscere che anche la classe medica consiglia il test non quanto si dovrebbe e a volte anche tardi. Si tratta, quindi, di uno scenario molto pericoloso perché nei casi in cui la diagnosi non è precoce, il virus può essere mortale anche in tempi brevissimi.

Rispetto all’’altra faccia della medaglia, quella della discriminazione operata nei confronti delle persone con infezione da HIV, le cose non vanno meglio di sicuro. Rimane intatta e rigogliosa, dopo anni e anni di lotta all’aids, la paura di essere giudicati, emarginati, bollati e spesso, posso testimoniare, che tale paura non è ingiustificata.

Di fronte a me, nell’ambulatorio di malattie infettive di Cosenza, una giovane donna con AIDS, ripetutamente rifiutava la terapia. Nessun ragionamento, nessuna evidenza scientifica, smuoveva in alcun modo questa determinazione. Erano gli anni in cui era stata individuata la HAART (terapia antiretrovirale altamente attiva), vera rivoluzione nella storia della medicina moderna, che da un giorno all’altro aveva, di fatto, trasformato l’aids da malattia incurabile e mortale a malattia curabile. E’ superfluo descrivere la delusione del medico di fronte a ciò, perché facilmente immaginabile. E’ tutt’altro che raro, in casi del genere, che il medico pensi o addirittura possa dire al paziente qualcosa del tipo “ ma allora che viene a fare qui?”.

Fortunatamente la mia risposta invece fu: “ qui ti seguiremo lo stesso! Vieni pure ogni volta che ne avrai bisogno ”.

Mentre mi uscivano dalla bocca queste parole le pareti dell’ambulatorio del reparto aids, si popolavano di dipinti di Legname e nella mia mente prendeva forma il sorrisetto di Guglielmo compiaciuto del mio “cum patire”.

Non mi pare di avergliene parlato in seguito ma sono assolutamente certo che non ha mai dubitato, della mia fiducia nei suoi insegnamenti di quella che instancabilmente chiamava “arte medica” volendola nettamente separare dall’”artigianato medico”.

 

Alfredo Vallone. UO Malattie Infettive e Malattie del Fegato – ASP Vibo Valentia

L’ AGO ASPIRATO TIROIDEO: come e quando

Giovanni Vallone - Guglielmo Lento.JPGA quindici giorni dalla prematura scomparsa del dott. Federico Guglielmo Lento che ha lasciato un vuoto incolmabile in noi tutti, questo ring, questo blog, non avrebbe avuto più ragion d’essere. Ma, la scelta di interrompere le pubblicazioni credo che sarebbe stata avvertita come un altro vuoto nel vuoto.

Nella convinzione che gli amici, le persone che si sono volute bene e rispettate in vita, non muoiono mai nel ricordo di coloro che li hanno conosciuti, non possono morire mai nel cuore di chi li ha amati e, quindi, debbano essere doppiamente amate e rispettate quando ci lasciano,  abbiamo deciso di non interrompere la pubblicazione di articoli e di posts a carattere medico su questo piccolo palinsesto, su questa piccolissima testata online, che voleva essere e per molti aspetti lo è stata, un desiderio, un’atto d’amore, uno dei tanti, solo l’ultimo in ordine cronologico nella lunga vita del dott. Guglielmo Lento, spesa interamente al servizio degli ultimi e dei malati.

Nei desideri dell’amico Guglielmo, del dottore Gugliemo Lento, il medico condotto come lui amava definirsi, era forte la volontà di servire le persone anche attraverso il web, con consigli, informazioni, raccomandazioni a chi volesse riceverle con un semplice commento, con una semplice richiesta. Il suo primo post editato all’apertura del blog, che troverete nella categoria editoriali, chiarisce bene gli scopi e le linee editoriali che avevamo concordato.

Avevo lanciato un forte appello nell’encomio funebre, nell’Arrivederci che ho sentito di dedicare all’amico Guglielmo, quando, il 28 Ottobre 2010, dopo tre giorni dalla sua morte, ho trovato la forza di scrivere  qualcosa, poca cosa, impossibile da scrivere prima. A quell’appello ha risposto in modo generoso, spontaneo, profondo, il dott. Giovanni Vallone, non nuovo su queste pagine (è suo l’ultimo post inserito) che ha deciso di continuare, di prendere il testimone di questo progetto, di questo blog  gratuito, onorando nel miglior modo possibile quanto il suo fondatore avrebbe desiderato, avrebbe voluto che si facesse. Il post di oggi è dedicato al nodulo tiroideo e alla sua cura attraverso l’ago aspirato. Ne traccia i fondamentali, il Dr. Giovanni Vallone, dirigente medico presso l’ U.O. di Medicina Interna “Valentini” dell’ Azienda Ospedaliera di Cosenza dove si occupa prevalentemente di ecografia  ed ecografia interventistica. A lui la mia più sentita stima, il mio più sincero ringraziamento per questo contributo, augurandomi che non sia l’ultimo e che esso sia solo il ‘rompighiaccio’ e l’apripista per altri contributi, altri suggerimenti medici, da parte di tutti coloro che, amici e testimoni medici di F.G.Lento, pensano di poter condividere con tutti la loro esperienza professionale, il loro patrimonio culturale.

Lucio Ruffa

Premessa: L’ ago aspirato consente di porre  diagnosi di natura  benigna o maligna) del nodulo tiroideo il che è indispensabile per la corretta impostazione terapeutica.

Che cosa è l’ ago aspirato tiroideo ?

È un prelievo di cellule.

Come si fa?

Si introduce , dopo accurata disinfezione della cute , sotto guida ecografica ,  un ago sottile all’ interno del nodulo tiroideo e  si procede all’ aspirazione con l’ ausilio di una siringa che viene collegata all’ago stesso,  (da  qui la definizione di  FNA  cioè Fine Needle Aspiration), quindi si estrae  l’ ago  e  si disinfetta nuovamente la cute . Il materiale ottenuto , viene strisciato e fissato su appositi vetrini che vengono, dopo colorazione, letti  dall’ anatomopatologo . La procedura viene effettuata,  a paziente sdraiato, in regime ambulatoriale e  non necessita di assistenza anestesiologica .

Quale è l’ importanza della guida ecografica ?

La guida ecografica migliora la sensibilità e l’ affidabilità dell’ esame in quanto consente di visualizzare l’ ago in tutto il suo percorso. In definitiva ci dice se l’ ago è stato posizionato esattamente all’ interno del nodulo da esaminare.

È pericoloso?

L’ ago aspirato , come tutte le procedure di ecografia interventistica, è da considerarsi   sicuro ed efficace solo se eseguito da personale esperto. La puntura provoca un leggero fastidio come una normale iniezione intramuscolare (evitabile con applicazione di anestetico locale  ). In alcuni casi si può avere una piccola ecchimosi, reversibile ,  nel punto di inserzione dell’ ago.

Un eventuale tumore può essere disseminato dall’ ago ?

NO. Anche se il risultato dell’ ago aspirato è una diagnosi di tumore tiroideo,  non dobbiamo preoccuparci di una disseminazione di cellule tumorali perché questo non avviene .

Qual’ è la sensibilità e specificità diagnostica  ?

L’esame citologico mediante agoaspirazione (Fine Needle Aspiration = FNA) rappresenta attualmente il gold standard nella gestione diagnostica del nodulo tiroideo infatti il valore predittivo di malignità è elevato :  la sensibilità media è pari all’83% (65-98%) ,  la specificità media al 92% (72-100%) e l’accuratezza diagnostica al 95%. I falsi negativi ed i falsi positivi non superano l’1-3% ed il 4-7%, rispettivamente. Le ampie oscillazioni riportate dipendono dalla  qualità dell’intero processo dell’indagine, ed in particolare  dall’ esecuzione del prelievo sotto guida ecografica, dall’ esperienza dell’operatore, dall’ accuratezza nell’allestimento degli strisci su vetrino, dalla tecnica di fissazione e colorazione, dalla completezza delle  informazioni di accompagnamento e dalla specifica competenza del citopatologo.

Quando deve essere eseguito?

  • su tutte le lesioni palpabili e sui noduli ad accrescimento progressivo;
  • sulle lesioni piccole (con diametro < 10 mm) che presentino uno o più caratteri ecografici

di sospetto. Le lesioni di piccole dimensioni prive di caratteri di sospetto possono essere avviate al

controllo clinico ed ecografico a 12 mesi;

  • in tutti i soggetti ad alto rischio: familiarità per MEN ( neoplasie endocrine multiple) o carcinoma midollare familiare, carcinoma papillare familiare, precedente irradiazione tiroidea, anamnesi personale di neoplasia della tiroide, età infantile.

In linea generale la FNA non è necessaria nei casi di gozzo con noduli isoecogeni confluenti e interessanti diffusamente il parenchima tiroideo, che possono essere avviati al follow-up clinico ed ecografico.

Dr.Giovanni Vallone

U.O. Medicina Interna “Valentini ” Cosenza

drgiovannivallone@virgilio.it

Vallone 2.jpg

 

 

 

 

 

 

 

 

Figura 2 : ecografia della tiroide

Ecografia Vallone.jpg

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Figura 3:  immagine ecografica raffigurante l’ ago dentro il nodulo

 

 

 

 

 

 

 

21 Feb
2010

COME CURARE IL TUMORE DEL FEGATO CON IL CALORE. La radiofrequenza.

Giovanni Vallone - Guglielmo Lento.jpgRiceviamo e con estrema soddisfazione pubblichiamo questo articolo del Dr. Giovanni Vallone, giovane e brillantissimo specialista, che oggi ricopre il ruolo di  U.O. Medicina Interna al “Valentini”  Azienda Ospedaliera di Cosenza. Si da il caso che sia anche mio nipote e la foto che inserisco ci ritrae entrambi.

Epidemiologia:

Il tumore primitivo del fegato detto anche epatocarcinoma,  è la sesta neoplasia più diffusa nel mondo con oltre mezzo milione di nuovi casi all’anno. I soggetti che hanno un elevato rischio di contrarre questa malattia sono i soggetti portatori del virus dell’ epatite B,  i pazienti con cirrosi epatica da virus B e C, alcolica,  con cirrosi biliare primitiva,  emocromatosica (genetica), da epatite autoimmune, deficit di alfa 1 antitripsina e steatoepatite non alcolica.

DEFINIZIONE :

La termo ablazione dei tumori del fegato è una procedura minimamente invasiva che utilizza una sorgente di calore che viene veicolata nel tumore attraverso la puntura con un ago che viene introdotto nel tumore stesso sotto guida ecografica. Il tessuto tumorale viene coagulato o carbonizzato e nella sua sede residua una cicatrice.  Il paziente spesso viene ricoverato in Day Surgery, cioè,  l’ intervento viene eseguito in mattinata con ritorno al proprio domicilio in serata.

COMPLICANZE :

Tale procedura, in mani esperte, è da considerarsi sicura in quanto non comporta alcun danno alle altre strutture dell’ organismo. Non è dolorosa in quanto viene eseguita in anestesia generale o locale.

EFFICACIA :

Si ottiene necrosi completa cioè distruzione completa del tumore in un elevata percentuale di casi. Nei tumori con diametro fino a 2 cm., la necrosi completa si ottiene in quasi il 100% dei casi e la sopravvivenza libera da malattia a 5 anni è sovrapponibile a quella che si ottiene con la chirurgia. Essendo una procedura  mini invasiva  e    non comportando perdita di tessuto epatico funzionante, al contrario della Chirurgia, può essere ripetuta molte volte, in caso di recidiva. In tal modo è possibile  , in molti pazienti, tenere sotto controllo la malattia tumorale per molti anni.

Ago del tumore al fegato.jpg

Immagine ecografica raffigurante l’ ago nel tumore

17 Feb
2010

ENTEROPARASSITOSI PARASSITOSI INTESTINALI

DEFINIZIONE ed ETIOLOGIA

Sindromi morbose, causate da metazoi (Vermi), protozoi, miceti e lieviti,a localizzazione ed habitat nel tratto intestinale dell’apparato digerente.

EPIDEMIOLOGIA

Si riteneva che tale patologia fosse peculiare delle popolazioni a scarso standard igienico dimoranti  in zone tropicali o subtropicali. Attualmente complici le migrazioni e la nuova promiscuità che ha portato a nuove abitudini di vita ed a nuove situazioni igienico sanitarie possiamo dire che questo gruppo di malattie può essere considerato ubiquitario.

TRASMISSIONE

Un gruppo di malattie a trasmissione oro-fecale, nel senso che l’agente etiologico viene immesso nell’ambiente con le feci dell’ammalato e raggiunge l’individuo recettivo, infestandolo o infettandolo, attraverso i cibi contaminati, ovvero tramite oggetti animati o inanimati, contaminati, portati alla bocca.

SINTOMATOLOGIA

E’ la più varia, anche se, di seguito elencheremo un gruppo di sintomi comuni a tutte le affezioni considerate:

1.    Digrignamento dei denti,soprattutto notturna

2.    anemia

3.    allergie cutanee

4.    diarrea

5.    dolori artromuscolari

6.    stanchezza cronica

7.    insonnia

8.    nervosismo

9.    dolori cronici senza giustificabile causa

DIAGNOSI

La diagnosi,soprattutto la etiologica che si basa sul rinvenimento del verme o delle sue uova nelle feci, è estremamente difficile. Questo per una serie di motivi i più vari che vanno dall’esiguità di laboratorio attrezzati culturalmente per la diagnosi parassitologica, ed al fatto che vermi uova di vermi e protozoi vengono inattivati in breve tempo nell’ambiente esterno. Negli ospedali africani, riportiamo questa notizia a titolo di curiosità, gli infestati da vermi vengono ricoverati,purgati, e le feci vengono esaminate nell’immediatezza dell’emissione. Per la ricerca di Guardia, ad esempio,è opportuno che l’esame delle feci venga effettuato in un lasso di tempo massimo di due ore dopo l’evacuazione e che, nel frattempo,le feci siano conservato in un contenitore a temperatura corporea. Per la ricerca dei vermi di ossiuri,invece,si procede apponendo uno scotch sulle pliche anali e osservandolo,successivamente, al microscopio ottico (Test di Graham).

PROFILASSI

Daremo dei consigli igienici validi per la profilassi di tutte le malattie a trasmissione oro-fecale.

1.    Lavare accuratamente le mani dopo aver usato i servizi igienici e prima di ogni pasto

2.    Tenere le unghia corte e pulite (all’interno dello spazio ungueale si possono annidare le uova dei vermi.

3.    Evitare di sbattere pigiamini e lenzuola, potremmo immettere nell’atmosfera uova di vermi ed ingerirli successivamente, per via digestiva

4.    Lavare accuratamente le verdure crude, che potrebbero essere contaminate,prima di mangiarle.

5.    Non fare dormire i bambini nei letti degli altri

SISTEMATICA

VERMI

ASCARIDI

Ascaris Lumbricoides è un grosso verme cilindrico. Il maschio misura cm 15-23 ed ha un diametro di mm. 3 la femmina, più grande, misura cm 20-30 per un diametro di  mm 5. La femmina, ovipara, può deporre circa 200.000 uova al giorno.

Compie il suo ciclo vitale in un solo ospite.

L’uomo viene infestato attraverso cibi contaminati.

La sintomatologia, oltre che con i segni comuni alle altre parassitosi, può manifestarsi con ripetute coliche addominali.

La diagnosi si effettua ritrovando il verme nelle feci o ricercando, sempre nelle feci le uova.

Il medico ha una vasta gamma di farmaci a disposizione.

Ascaris Lumbricoides.jpg

 

 

 

 

 

 

 

 

Fig. 1 Ascaris Lumbricoides

OSSIURI

Nel verme si riscontrano i due sessi, maschile e femminile (vedi fig.3), il maschio è più piccolo, la femmina è grande più del doppio, ha due uteri dove si raccolgono le uove in numero molto elevato (vedi fig.2).

Il suo habitat è nell’intestino cieco,può dislocarsi nell’appendice dove può provocare appendicite ed anche la perforazione.

Di notte migra e raggiunge l’ano nelle cui pliche deposita le uova.Questa azione è la causa dell’intenso prurito anale che si riscontra negli individui parassitari. Nelle femminucce,per questioni di contiguità può deporre le uova nella vulva e causare vulviti,vulvovaginiti.

La mamma è quella che per prima pone il sospetto allertata da una irrequietezza del bimbo,alito pesante e prurito anale e vulvare nelle bimbe.Spesso scopre anche i piccoli vermi sorvegliando le feci dei bimbi

La diagnosi si pone mettendo in evidenza i vermi nelle feci o ricercando le uova nelle pliche anali, nelle bimbe anche nella vulva, per mezzo dello scocth test.

La terapia è riservata al medico che oggi ha a disposizione una vasta gamma di farmaci.

Se vi è un membro della famiglia parassitato anche gli altri componenti sono a rischio, è opportuno sottoporli ad accertamenti.

Uova di Enterobius vermicularis.JPG

 

 

 

 

 

 

 

Fig. 2 Uova di Enterobius vermicularis

Enterobius vermicularis adulto maschio e femmina.gif

 

 

 

 

Fig. 3 Enterobius vermicularis adulto maschio e femmina

ANCYLOSTOMA

Due sono i vermi responsabili dell’infestazione: Ancylostoma duodenalis (Vedi fig. 4) e Necator Americanus,nematodi ematofagi.

Il primo è responsabile delle infestazioni che si verificano nei nostri climi.

Colpisce soprattutto i minatori o coloro i quali lavorano a piedi nudi in mezzo all’acqua.E’ in netta diminuzione per le nuove tecnologie impiegate nelle miniere che hanno rivoluzionato i metodi di lavorazione e reso più igienici gli ambienti di lavoro.

Il secondo,necator americanus,è massicciamente presente in zone tropicali ed in America Latina. Causa una grave sindrome, colpisce tutti con predilezione per le fasce infantili.

Ambedue penetrano nell’organismo attraverso la cute,fenomeno della larva migrans, benché possano penetrare, anche attraverso le uove dall’apparato digerente.

La diagnosi si pone riscontrando le uova o il verme adulto nelle feci.

Ancylostoma duodenalis.JPG

 

 

Fig. 4 Ancylostoma duodenalis

PROTOZOI

GIARDIA

Protozoo flagellato che vive nell’acqua,cosmopolita può infettare sia l’uomo che circa quaranta specie animali. Provoca la giardiasi, malattia a diffusione oro-fecale, i sintomi, oltre quelli descritti nella parte generale, consistono in diarrea cronica e disidratazione.

Emesso con le feci,all’esterno,il protozoo acquista una forma di resistenza trasformandosi nella forma cistica, inquina acque e alimenti e si diffonde.

La clorazione dell’acqua non è sufficiente a distruggerlo e per bonificare le acque è necessario sottoporle a microfiltrazione.

La diagnosi è possibile farla esaminando le feci,con le precauzioni raccomandate nella parte generale.esaminando, cioè, le feci a breve distanza dalla loro emissione (massimo 2 ore),ed in caso di trasporto custodirle in un contenitore riscaldato a temperatura ambiente.

Giardia o Lamblia.JPG

 

 

 

Fig. 7 Giardia o Lamblia

11 Feb
2010

IPERCHERATOSI PALMO – PLANTARE PPK O SINDROME DI UNNA-THOST

Definizione:

Nel 1880 Thost descriveva una genodermatosi consistente in ipercheratosi palmoplantare, a trasmissione ereditaria autosomica dominante.

Etiologia sconosciuta. Colpisce entrambi i sessi non predilige nessuna razza in particolare.

Descrizione:

Consiste in una ipercheratosi alla palma delle mani ed alla pianta dei piedi,con una rima di demarcazione eritematoso,ai margini laterali. Può essere associata ad iperidrosi con conseguente macerazione della cute e conseguente cattivo odore. La superfice ipercheratosica può andare incontro a fissurazioni ragadiformi dolorose e che possono essere la porta d’ingresso di germi causa di infezioni piogeniche.

Diagnosi differenziale:

Va posta nei confronti della malattia di Meleda che presenta caratteri clinici quasi sovrapponibili, ma la sua trasmissione è a carattere recessivo (perché si trasmetta alla prole entrambi i genitori ne debbono essere affetti).

Terapia:

Nessuna terapia è risolutiva, si impiegano pomate a base di emollienti e cheratolitici.

Ultimamente è stato impiegato l’acido retinoico, ma i risultati non sono univoci e l’uso del prodotto ha bisogno di un monitoraggio attento e costante, per evitare i seri effetti collaterali ipotizzabili.

Fig.1 Cheratodermia palmare

cheratotermia palmare.gif

Fg. 2 Cheratodermia plantare

Ipercheratosi 2.JPG

 

7 Feb
2010
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Francesca Giannerbi scrive qualcosa sul medico condotto Federico Guglielmo Lento

Seguo assiduamente e sempre con maggiore interesse il blog il medico condotto, una rubrica rivolta a tutti anche a chi di medicina ne sa poco. E’ semplice, diretta, usa un linguaggio chiaro anche se parla di malattie, alcune anche rare, con le quali per fortuna molti di noi non verranno mai a contatto. Si rivolge alla gente semplice e non, alla gente che ha i mezzi culturali ed economici e non. Come ha sempre fatto, del resto, il suo autore. E’ il prototipo del medico che fa il suo mestiere per passione, ha una ricetta per tutti anche se sa che  non riceverà alcun compenso, la sua gratificazione è poter aiutare gli altri. Purtroppo adesso è in pensione ma ha trovato lo stesso il modo di mettere al servizio degli altri il suo sapere e la sua bravura. Ma perché tutto ciò mi sorprende e mi commuove? Non dovrebbe essere normale che un uomo che ha scelto di fare il medico resti tale per sempre. Non dovrebbe essere normale che un medico sappia di medicina e che sia bravo? No, non è poi così peculiare nella professione medica. Le trasformazioni subite in questi ultimi anni dalla sanità sono emblematiche di un cambiamento che non vede più al centro la persona in quanto malata e bisognosa di cure. E’ perfino cambiata la terminologia. L’ospedale è diventato l’azienda dove la gestione è affidata per la maggior parte ai colletti bianchi, il malato è diventato l’utente, (se andiamo su wikipedia ci facciamo un’idea di quello che siamo quando ci ammaliamo!). I primari vengono reclutati secondo l’appartenenza politica a prescindere da meriti e preparazione,lo stesso vale per direttori sanitari e direttori generali. A questo punto credo che “la norma” sia un’altra cosa rispetto a ciò che la sanità dovrebbe essere. Diventa normale morire in sala operatoria per un’appendicectomia ! Diventa normale bucare il coledoco in corso di intervento di colecistectomia! Diventa normale dimenticarsi una garza nell’addome! Ecco perché medici come il medico condotto sono preziosi!

Ma……fin chè stai bene c’è speranza

FRANCESCA GIANNERBI

 

 

1 Feb
2010

MALATTIE A TRASMISSIONE SESSUALE

Si tratta di un gruppo di malattie che hanno in comune il meccanismo di trasmissione,si contraggono a seguito di un rapporto sessuale tra ammalato,o portatore, e sano recettivo.

Gli agenti etiologici possono essere di natura:

1.  Virale

2.  Batterica

3.  Parassitaria

4.  Micotica

Vengono raggruppate sotto la sigla MTS.

ETIOLOGIA VIRALE

A.I.D.S. (Sindrome da immunodeficienza acquisita)

La sindrome da immunodeficienza acquisita, nei Paesi francofoni e nell’America del Sud, al contrario che nel rimanente globo terrestre, viene contrassegnata  con la sigla (SIDA).

L’agente etiologico è un virus, HIV.

Il contagio avviene a seguito di rapporto sessuale tra ammalato, o portatore, e sano recettivo.

Il contagio può anche verificarsi attraverso oggetti contaminati da sangue o altri liquidi biologici infetti.

Quando si verificarono i primi casi di malattia si credeva che si trattasse di patologia peculiare dei cosiddetti soggetti a rischio:omosessuali e tossicodipendenti.

Attualmente tale credenza è stata sfatata ed i soggetti a rischio sono soprattutto quelli con promiscuità sessuale e che praticano sesso non protetto.

Le madri infette possono trasmettere l’infezione al nascituro nel secondo e terzo trimestre di gestazione ed al momento del parto.

La diagnosi si effettua ricercando il virus nel sangue.

Buone norme di profilassi cui attenersi sarebbero:

1.    Rapporti sessuali con un solo partner

2.    Rapporti sessuali protetti

3.    Astensione dai rapporti sessuali

EPATITE VIRALE B

L’agente etiologico è l’HBV, che viene trasmesso dal malato, o portatore, al sano recettivo oltre che con oggetti contaminati da sangue o liquidi organici infetti,anche a seguito di rapporto sessuale. Sempre tra infetto e sano,e questa sembra,attualmente la via maggiormente seguita per il contagio e la diffusione della malattia.

Bisogna dire che, a seguito della massiccia vaccinazione di massa effettuata, in Italia, l’incidenza della malattia ha avuto una caduta verticale.

La malattia può sfociare nella forma cronica, nelle sue varie espressioni morbose, e solo su fegato già colpito da HBV si può avere la trasformazione in epatocarcinoma.

Buona norma di profilassi per quanto attiene il sesso le stesse precauzioni raccomandate per l’AIDS, e non usare oggetti facilmente contaminabili con sangue in comune con soggetti affetti da epatite o portatori.

CONDILOMATOSI

Conditomi acuminati, l’agente etiologico è HPV (Human Papilloma Virus) (vedi foto)

HUMAN PAPILLOMA VIRUS.jpg

 

 

 

La malattia si presenta con delle escrescenze verrucoidi nella zona genitale, lasciati senza terapia proliferano e,dopo un po di tempo, più o meno lungo, tendono a sparire

Profilassi:Evitare i rapporti occasionali e praticare il sesso protetto

ETIOLOGIA BATTERICA

LUE O SIFILIDE

Agente etiologico: Treponema pallidum (vedi foto).

Forme cliniche: sifilide primaria,secondaria,terziaria:

1.    La primaria a localizzazione genitale con la lesione tipica:Sifiloma primario.

2.    La secondaria a localizzazione cutanea con la lesione tipica:roseola.

3.    La terziaria a localizzazione viscerale vasale e nervosa, la lesione la gomma.

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L’introduzione in terapia della penicillina rivoluzionò la storia della lue che da flagello e pestilenza si trasformò in malattia curabile.

Alla fine degli anni settanta sembrava che la malattia fosse scomparsa. Ultimamente abbiamo, purtroppo, dovuto assistere ad una ripresa della forma morbosa.

Profilassi: come per tutte le MTS:praticare sesso protetto e sicuro.

 

 

 

BLENORRAGIA O GONORREA

L’agente etiologico è Neisseria gonhorreae, batterio gram negativo (vedi foto)

clip_image002.jpg

Sintomatologia: dopo due o tre giorni dall’avvenuto contagio si manifesta la tipica sintomatologia consistente in emissione,dall’uretra,di secrezione muco-purulenta ed intenso bruciore alla minzione.

Nella donna oltre che l’uretrite,con sintomatologia meno imponente per la diversa dimensione dell’uretra, si possono avere delle complicanze quali tubariti ed annessiti che possono comportare l’infertilità.

Profilassi:praticare sesso protetto.

INFEZIONI DA CLAMYDIA

La clamydia trachomatis (vedi foto) provoca cerviciti o salpingiti nelle donne ed uretriti ed epididimiti nell’uomo.

Clamydia Tracomatis.JPG

Spessissimo decorre in maniera asintomatica tant’è che il 70% delle donne che ne  è affetta lo ignora per la totale assenza di sintomi, appunto. Ne sono maggiormente colpite le donne sessualmente attive di età inferiore ai venti anni.

Conseguenza dell’infezione nella donna può essere l’infertilità.

La diagnosi si effettua ricercando il batterio nelle secrezioni

La profilassi consiste nel praticare sesso protetto.

INFESTAZIONI (Macroparassitosi)

PEDICULOSI DEL PUBE

Agente etiologico Ftirius pubis. Per descrizione e profilassi vdi.

Pediculosi del pube sotto la voce macroparassitosi.

Ftirius pubis.JPG

SCABBIA

Agente etiologico Sarcoptes scabiei. Per descrizione e profilassi vdi scabbia sotto la voce macroparassitosi

Scabbia.JPG

ETIOLOGIA MICOTICA

CANDIDOSI

Agente etiologico:Candida albicans, fungo imperfetto o lievito (vdi foto)

Candidosi.JPGCausa vulvovaginiti nella donna (Infiammazione di vulva e vagina) e balanopostiti (infiammazione glande e prepuzio) nell’uomo.

La sintomatologia consiste in chiazze biancastre,circondate da colletto eritematoso,nella vulva e vagina o nel glande e prepuzio.

Si giova della terapia antimicotica.

Profilassi: sesso sicuro, e protetto.

30 Gen
2010

La PSORIASI

Malattia cutanea cronica, nel mondo ne risultano affetti milioni di persone. Può colpire la cute e gli annessi cutanei (unghia e peli). In forme particolarmente severe può colpire anche le articolazioni (artropatia psoriasica). Si presenta, nella maggior parte dei casi, con cute fortemente arrossata (eritema) e sovrapposizione di squame madreperlacee (squamosa) (vedi fig.1) in placche che assumono dimensioni che vanno da quelle di una moneta (nummulari) a quelle del palmo di una mano (palmari). A periodi di attenuazione, con anche non infrequente scomparsa, si alternano periodi di riacutizzazione. Sostanzialmente sconosciute le cause della forma morbosa che si giova, con risultati alterni, oltre che delle sperimentate terapie topiche cheratolitiche ed antirazionali, della terapia per vi generale di vit. A acida, immunosoppressori ed, ultimamente, i cosiddetti farmaci biologici.

fig.n.1Psoriasi.PNG

 

25 Gen
2010

LE MACROPARASSITOSI CUTANEE

Guglielmo Lento.jpgLe macroparassitosi cutane sono: colonizzazione della cute da parte di insetti ematofagi che si nutrono di sangue umano.

La loro azione patogena si estrinseca essenzialmente attraverso tre meccanismi:

1.    Irritazione della cute provocata direttamente dalla loro presenza e dalla presenza dei prodotti del loro metabolismo

2.    Spoliazione dell’organismo di sostanze nutritive deviate dall’organismo ospitante (uomo) all’ospitato (macroparassita)

3.    Alterazioni della cute, soprattutto lesioni da grattamento cui si possono sovrappore germi piogeni, che si provoca l’ospitante stesso (uomo) a seguito del fastidio che provoca il parassita.

Si pensava che tale patologia,legata alla povertà ed alla scarsa igiene, e che, quindi, e conquistate migliorati condizioni di vita avessero contribuito a debellarle.

Negli ultimi tempi,da più di un decennio ormai, tali patologie, complici la promiscuità ed un certo degrado delle condizioni relazionali, hanno fatto si che ricomparissero massicciamente.

Andremo a descrive, di seguito, quelle più diffuse.

PEDICULOSI

Questa infestazione è molto diffusa nell’uomo.

Il pidocchio è un piccolo parassita (1-3 mm), di colore bianco-grigiastro,è parassita obbligato dell’uomo,si nutre del suo sangue, depone le sue uova attaccandole saldamente alla radice dei capelli o dei peli

Distinguiamo almeno tre forme di pediculosi, verificantesi in zone diverse, e causate da tre differenti tipi di pediculus:

1.    pediculosi del capillizio,provocata dal Pediculus  capitis, varietas hominis.La diffusione avviene per diretto contatto con le persone infestate, o per contatto indiretto attraverso cuscini, sciarpe, pettini, cappelli. Si manifesta con intenso prurito nelle zone infestate, solitamente la regione occipitale e retroauricolare.

Andando avanti, le lesioni da grattamento si possono infettare con germi piogeni. Conseguentemente avremo impetiginizzazione e linfadenopatia satellite. I trattamenti farmacologici hanno solamente effetto acaricida, nullo l’effetto sulle uova (lendini), che non essendo inattivate schiuderanno e daranno origine ad una nuova generazione di parassiti mantenendo la parassitosi in vita. E’ necessario, quindi, allontanare le uova (lendini).A tal fine efficacia ha il trattamento che consiste nel pettinare  i capelli con pettini fini (a denti molto stretti),facendo precedere il trattamento da una frizione dei capelli con aceto. Questo pretrattamento serve a far staccare le lendini dai capelli,cui aderiscono tenacemente per mezzo di una sostanza secreta dal pidocchio e che viene sciolta dagli acidi.

2.    Pediculosi del corpo: causata da pediculus humanus corporis seu vestimentis.

Questa è una dermatosi rarissima,ai nostri giorni,nei periodi di guerra molta importanza rivestiva in patologia infettiva.

Il pidocchio, responsabile della dermatosi, più grande del p.del capo, era vettore e serbatoio di un germe causa della febbre delle trincee e del tifo esantematico. Malattie molto gravi che spesso portavano il paziente all’exitus.

Il pidocchio si annida nelle cuciture dei vestiti,fa incursioni notturne per fare il suo pasto (sangue) sul corpo del parassitato.La sintomatologia consiste in prurito intenso, prolungandosi la forma morbosa può riscontrarsi nel paziente affetto una particolare colorazione bruna della cute che si presenta ispessita. Questa manifestazione va sotto il nome di melanodermia circoscritta o malattia dei vagabondi.

Siccome il parassita dimora nei vestiti è sufficiente sterilizzare,questi ultimi, con il calore secco o umido, al fine di impedire la diffusione della forma morbosa.

3.    Pediculosi del pube: causata da pediculus pubis o Ftirius pubis (volgarmente piattola).

Si possono riscontrare in tutte le zone pilifere del corpo (regione pubica e perianale di preferenza) quali barba baffi, torace dorso, ciglia e sopracciglia, mai parassita i capelli. Questo è conseguenza della particolarità delle pinze che non consentono al parassita, per questioni di dimensioni, di attaccarsi al capello.

Ci si infesta a causa di rapporti sessuali con persone affette dalla dermatosi (viene per questo inserita tra le malattie a trasmissioni sessuale) o frequentando servizi igienici di cui precedentemente si sono serviti individui parassitati.

La diagnosi è clinica, stante le dimensioni delle uova visibili ad occhio nudo o con l’ausilio di una lente d’ingrandimento.

La terapia consiste nell’applicazione di polveri o pomate antiparassitarie. Stessa efficacia, se non maggiore, ha la pratica della rasatura delle zone parassitate.

Il pidocchio non è né vettore né serbatoio di germi patogeni.

SCABBIA

Dermatosi, molto contagiosa, intensamente pruriginosa provocata da un acaro, il Sarcoptes scabiei. Ci si contagia tramite un contatto molto prolungato con persona malata, in questo sesso può essere considerata malattia venerea, o dormendo nello stesso letto o usando la stessa biancheria di persone parassitate.

La lesione consiste in un cunicolo cutaneo scavato dall’acaro femmina, di notte, al fine di deporre le uova.

La diagnosi viene effettuata raschiando il materiale presente nei cunicoli ed esaminandolo al microscopio ottico.

La terapia consiste nell’applicazione,su tutto il corpo,di pomate medicate, sterilizzazione della biancheria ed effetti letterecci.

Potrebbe essere necessario ripetere il trattamento.